Chirurgia mininvasiva

Chirurgia mini invasiva (laparoscopica) in oncologia

Cos’è la chirurgia mini invasiva e perché si usa

La laparoscopia è una tecnica mini invasiva che ha rivoluzionato molte procedure sia diagnostiche che operatorie in chirurgia. Nel nostro caso, questo approccio all’atto chirurgico si basa su un diverso accesso da parte dell’operatore alla cavità addominale: le tradizionali ampie incisioni della parete sono sostituite da piccole incisioni attraverso le quali vengono inseriti, servendosi di appositi tutori detti “trocar”, una telecamera e gli strumenti chirurgici. L’obiettivo è quello di ridurre l’impatto chirurgico degli interventi, minimizzare il dolore post-operatorio, le cicatrici ed il rischio di infezioni e complicanze, oltre ad accelerare il recupero del paziente e ridurre i tempi di degenza, garantendo al contempo gli standard qualitativi oncologici della chirurgia a “cielo aperto”.

Chirurgia mini invasiva (laparoscopica) in oncologia

Con quali strumenti ed esperienza clinica si può praticare

Il cuore della strumentazione per eseguire questa tecnica è il laparoscopio, un tubo di diametro inferiore al cm introdotto in addome attraverso una piccola incisione. Il laparoscopio è dotato di una fonte luminosa e di una videocamera ad alta definizione che proietta le immagini degli organi interni su un monitor. Su questo monitor, il chirurgo osserva i dettagli di organi e di tessuti in modo estremamente preciso: l’innovativa tecnologia 3D e 4K Ultra HD incrementa ulteriormente la risoluzione spaziale e quindi la sicurezza delle procedure. Insufflando gas (anidride carbonica) all’interno dell’addome viene creata una “camera” tra visceri e parete addominale per consentire le manovre chirurgiche, eseguite tramite appositi strumenti lunghi e sottili introdotti in addome per mezzo di ulteriori piccole incisioni e manovrati dal chirurgo dall’esterno.

Il chirurgo mini invasivo o laparoscopista è un chirurgo generale che abbia maturato un’esperienza sia nel trattamento chirurgico della patologia oncologica oggetto dell’intervento, sia nelle tecniche laparoscopiche.

Soprattutto nell’ambito della chirurgia epatica, pancreatica e gastrica non si può e non si deve praticare questa tecnica senza una solida esperienza di chirurgia tradizionale. Qualunque problema si incontri durante l’esecuzione dell’intervento con la tecnica mini invasiva deve poter essere affrontato con competenza e tempismo, anche attraverso la conversione dello stesso ad una procedura di chirurgia a cielo aperto, per minimizzare i rischi per il paziente.

Quali sono le indicazioni alla chirurgia mini invasiva in ambito oncologico

In ambito oncologico, la laparoscopia può essere utilizzata a completamento degli esami strumentali (laparoscopia esplorativa o diagnostica), per riconoscere eventuali condizioni non individuabili con altre indagini (ad esempio la diffusione microscopica di svariate neoplasie addominali sul peritoneo, la membrana che riveste le pareti della cavità addominale e gli organi in essa contenuti). Sempre la laparoscopia consente di prelevare campioni di tessuto da analizzare (biopsie) a scopo diagnostico, soprattutto nei casi in cui non sia possibile ottenerli per via endoscopica o con un ago sottile attraverso la cute. Al di là dell’impiego in ambito diagnostico, oggi la laparoscopia è ampiamente utilizzata a scopo operativo o terapeutico per asportare le neoplasie, esattamente come avviene per la chirurgia tradizionale, con risultati del tutto sovrapponibili in termini di efficacia e sicurezza. Di seguito sono analizzate le principali indicazioni oncologiche all’intervento laparoscopico per le neoplasie dell’apparato digerente.

Chirurgia laparoscopica del fegato

La chirurgia del fegato richiede competenze tecniche molto specifiche ed una profonda conoscenza dell’anatomia dell’organo e delle alterazioni patologiche indotte dal tumore. Anche in questo ambito l’approccio laparoscopico permette di eseguire interventi non solo meno invasivi ma anche più precisi, grazie alla magnificazione delle immagini associata alle nuove tecnologie. Ciò si traduce in un più rapido recupero, minore durata della degenza, più bassi tassi di complicanze e migliore qualità di vita del paziente. In alcuni casi, la riduzione dell’invasività chirurgica ed il miglioramento delle tecniche di controllo del sanguinamento da sempre legato alle resezioni del fegato, hanno permesso di espandere le indicazioni ad intervento anche a pazienti che in passato non avrebbero potuto beneficiarne, ad esempio pazienti con tumori primitivi del fegato e funzione epatica compromessa oltre i tradizionali limiti considerati accettabili per una chirurgia. Oggi nei Centri di chirurgia epatica più avanzati la metà degli interventi sul fegato si esegue in laparoscopia, con risultati spesso superiori alla tradizionale chirurgia aperta.

Gli interventi di resezione epatica riguardano pazienti affetti sia da tumori primitivi (epatocarcinoma e colangiocarcinoma), nati cioè nel fegato, spesso nel contesto di una cirrosi o di una malattia epatica cronica su base virale, alcolica o metabolica, che da tumori secondari, cioè da metastasi di un altro tumore insorto altrove (più frequentemente del colon-retto). Anche alcuni tumori benigni del fegato (ad esempio angiomi di grosse dimensioni o adenomi con rischio di degenerazione) possono presentare indicazione alla resezione chirurgica, e proprio grazie all’approccio mini invasivo offerto oggi dalla laparoscopia vengono asportati molto più frequentemente che in passato.

Al posto delle ampie incisioni praticate nella chirurgia a cielo aperto, la laparoscopia prevede 4-5 piccoli accessi attraverso cui vengono introdotti gli strumenti necessari a dissecare la struttura interna del fegato, chiudere e tagliare i vasi, aspirare i liquidi etc. Venendo però a mancare il “feedback tattile” e quindi la possibilità di “palpare” il tumore all’interno del fegato, l’ecografia intraoperatoria riveste qui un ruolo ancora più prezioso che con la chirurgia tradizionale.

Grazie all’utilizzo di una sonda ecografica posta a diretto contatto col fegato, durante l’intervento è possibile visualizzare l’anatomia interna dell’organo e guidare la resezione. 

La chirurgia epatica laparoscopica è generalmente indicata per lesioni di piccole dimensioni, periferiche e prive di rapporti di contiguità con i vasi sanguigni principali; le resezioni dei segmenti epatici di sinistra e anteriori sono tecnicamente più agevoli, mentre quelle dei segmenti superiori e posteriori sono considerate di più difficile esecuzione. Nei Centri di riferimento come il nostro si eseguono spesso resezioni epatiche più ampie, epatectomie maggiori, e resezioni complesse per posizione anatomica del tumore e rapporti vascolari e biliari. Il tasso di conversione a chirurgia aperta, dovuta a sanguinamento o a difficoltà tecniche, è in costante riduzione grazie all’acquisizione di esperienza ed abilità nell’utilizzo di queste procedure, e nei Centri di alto livello è oggi inferiore all’1%.

Gli studi disponibili che confrontano i benefici a breve e a lungo termine di pazienti sottoposti a resezione epatica laparoscopica e laparotomica (chirurgia tradizionale) dimostrano un beneficio dell’approccio mini invasivo per quanto riguarda le perdite ematiche, il tasso di complicanze, il dolore avvertito dal paziente, il recupero post-operatorio e la durata della degenza. Grazie all’uso sempre più preciso dell’ecografia intra-operatoria, che assiste il chirurgo nel determinare adeguati margini di resezione della neoplasia, la radicalità oncologica delle pratiche mini invasive è sovrapponibile alle resezioni epatiche a cielo aperto, e non vi è alcuna differenza in termini di recidiva di malattia nelle due tipologie di intervento. Un altro vantaggio legato all’utilizzo di queste tecniche riguarda i soggetti affetti da epatocarcinoma associato ad una malattia epatica di partenza, contesto nel quale la chirurgia resettiva può provocare scompensi della funzionalità del fegato con comparsa di ittero o ascite. In questi pazienti si è osservata una minore frequenza di ascite ed una maggiore stabilità della funzione epatica nel post-operatorio, dovuti alla minore aggressività dell’approccio laparoscopico.

Chirurgia laparoscopica dello stomaco

La resezione chirurgica è tuttora l’unica possibilità curativa per i pazienti affetti da tumore dello stomaco non metastatico. Una chirurgia curativa implica la resezione radicale della neoplasia con la rimozione di un tratto più o meno ampio di stomaco (gastrectomia) ed un’adeguata asportazione dei linfonodi loco-regionali (linfadenectomia). In base alla sede del tumore, che condiziona il margine di tessuto sano che deve essere rimosso, in alcuni casi può essere sufficiente l’asportazione parziale dello stomaco (gastrectomia subtotale), mentre in altri è necessaria la completa rimozione del viscere (gastrectomia totale). Nella gastrectomia subtotale viene asportata la porzione finale dello stomaco e viene confezionata una sutura tra la parte di stomaco rimanente e un’ansa dell’intestino tenue. Nella gastrectomia totale la ricostruzione viene eseguita con una sutura tra l’esofago ed un’ansa intestinale.

Tradizionalmente questa procedura viene effettuata per via laparotomica con apertura mediana dell’addome. Negli ultimi anni, nei Centri di alta esperienza, è stato proposto l’approccio laparoscopico, che attraverso 5 piccole incisioni addominali consente di resecare lo stomaco con suturatrici meccaniche, asportare i linfonodi ed eseguire i collegamenti per il ripristino della continuità digestiva.

Alcuni studi effettuati in Giappone, paese ad alta incidenza di tumore gastrico e nel quale per primo si è utilizzata la laparoscopia per questo tipo di interventi, hanno dimostrato vantaggi rispetto alla tecnica a “cielo aperto” per quanto riguarda il tasso di complicanze, il recupero del paziente ed il dolore post-operatorio; i risultati osservati a lungo termine sono sovrapponibili per entrambi gli approcci, dimostrando la non-inferiorità della tecnica laparoscopica per quanto riguarda la radicalità oncologica. Nella gastrectomia totale, tecnicamente più complessa, è stata confermata la sicurezza della tecnica laparoscopica in termini di complicanze post-operatorie e mortalità. In Occidente l’approccio laparoscopico viene generalmente limitato ai tumori in stadio precoce, in quanto sono tuttora in corso studi per chiarire se i risultati oncologici di sopravvivenza siano sovrapponibili alla tecnica tradizionale, soprattutto per i tumori in stadio avanzato. Ad oggi, nei Centri ad alto volume e con consolidata esperienza nella tecnica laparoscopica, la gastrectomia subtotale per via mini invasiva è l’opzione di prima scelta per i tumori in stadio precoce, mentre per la gastrectomia totale e per i tumori in stadio avanzato attualmente non vi sono indicazioni scientifiche chiare e la scelta è affidata al chirurgo, sulla base dell’esperienza, della valutazione del singolo caso e della interazione con il paziente. Generalmente, l’esteso coinvolgimento dei linfonodi loco-regionali, l’infiltrazione di altri organi e l’invasione del tumore al di sopra della giunzione tra esofago e stomaco richiedono un approccio con tecnica open.

In conclusione, la chirurgia gastrica laparoscopica è una metodica complessa, richiede un’esperienza mini invasiva di lungo corso del Centro che la effettua ed un training specifico dei chirurghi; deve pertanto essere riservata a Centri ad alto volume, in grado di offrire le necessarie competenze tecniche oltre che un approccio multidisciplinare alla patologia.

Chirurgia laparoscopica del pancreas (e della milza)

La chirurgia pancreatica, indicata per l’asportazione di adenocarcinomi non metastatici, tumori cistici, tumori neuroendocrini, neoplasie della via biliare distale e del duodeno, presenta un alto livello di complessità legato alla sede anatomica profonda ed ai rapporti con importanti strutture vascolari e biliari. Per questi motivi, l’applicazione delle tecniche laparoscopiche al pancreas è stata piuttosto tardiva e, in assenza di dati sull’adeguatezza oncologica dell’intervento, inizialmente limitata alle neoplasie benigne o a basso grado di malignità. Negli ultimi anni è tuttavia cresciuto l’interesse per l’approccio mini invasivo al fine di ridurre l’impatto chirurgico ed i risultati attualmente a disposizione dimostrano che non esiste differenza in termini di radicalità oncologica tra l’approccio tradizionale e l’approccio mini invasivo, sdoganando la laparoscopia anche per le neoplasie aggressive del pancreas.

Vi è tuttavia una differenza fondamentale legata alla localizzazione del tumore: mentre per i tumori di corpo e coda del pancreas l’intervento prevede l’asportazione della parte distale della ghiandola e della milza (spleno-pancreasectomia distale), senza che sia necessaria alcuna ricostruzione, nel caso dei tumori della testa pancreatica, i rapporti anatomici con la via biliare, il duodeno e i grossi vasi che nutrono l’intestino rendono l’approccio chirurgico alla regione particolarmente demolitivo (duodeno-cefalo-pancreasectomia), e vi è la necessità di una ricostruzione della continuità sia del pancreas residuo (anastomosi pancreatica), che della via biliare (anastomosi bilio-digestiva) e delle prime vie digestive (anastomosi gastro-digiunale). Alcuni tumori a bassa aggressività possono inoltre essere trattati con enucleoresezioni, cioè asportazioni limitate del tumore che viene enucleato dalla ghiandola. In altri casi può invece essere indicata la pancreasectomia totale con asportazione completa del pancreas.

Oggi i maggiori esperti internazionali concordano sul fatto che, quando il tumore è nel corpo e nella coda del pancreas (spleno-pancreasectomia distale), la tecnica laparoscopica offra notevoli vantaggi in termini di minor trauma alla parete addominale, minore danno alle riserve fisiologiche del paziente ed al suo sistema immunitario, ridotti tempi di degenza e più rapido recupero.

Tutti questi fattori nel caso delle neoplasie pancreatiche sono particolarmente significativi in quanto consentono di intraprendere al più presto dopo l’intervento la chemioterapia, frequentemente necessaria per consolidare il risultato ottenuto con la chirurgia. L’approccio laparoscopico è particolarmente indicato anche nei casi di enucoleoresezioni pancreatiche. Nel caso dei tumori della testa pancreatica, le esperienze di duodeno-cefalo-pancreasectomie laparoscopiche sono ancora preliminari e riguardano pazienti selezionati.

Alla luce della complessità tecnica della chirurgia pancreatica sono in corso di valutazione nuovi approcci che consentano di semplificare alcune fasi dell’intervento. A questo proposito, un’evoluzione recente della chirurgia mini invasiva è la chirurgia robotica, nella quale il chirurgo opera seduto ad una consolle, dotata di un monitor a visione tridimensionale, che attraverso un complesso sistema di comandi trasla i movimenti delle mani alle braccia robotiche, inserite all’interno dell’addome tramite piccole incisioni, analogamente alla chirurgia laparoscopica. Alle braccia robotiche sono fissati una videocamera e sottili strumenti chirurgici con delicati sistemi di articolazione che permettono al chirurgo di dissecare le strutture, coagulare, tagliare ed eseguire delicate suture. Tale innovazione tecnologica si presenta particolarmente adatta alla chirurgia pancreatica, per la quale sono in corso di valutazione le prime esperienze.

Chirurgia laparoscopica dell’intestino tenue e del colon

Nella chirurgia del colon-retto la laparoscopia ha un ruolo ben codificato da tempo e sono ben noti i vantaggi sulla riduzione del dolore post-operatorio, sulla rapida ripresa della funzione dell’apparato gastroenterico e della normale attività del paziente, sulla drastica riduzione delle infezioni di ferita e, nel caso di patologie tumorali, sulla preservazione del sistema immunitario, utile per un tempestivo avvio delle terapie oncologiche dopo la chirurgia. La laparoscopia è certamente la tecnica di scelta per la cura dei tumori localizzati nel tratto terminale dell’intestino. Sulla base della sede delle neoplasie si eseguono interventi di emicolectomia destra per i tumori del colon ascendente e traverso prossimale, emicolectomia sinistra per i tumori del colon trasverso distale, del discendente e del sigma e resezioni anteriori del retto per quelli del retto. È fondamentale che l’asportazione del tratto di intestino in cui è localizzato il tumore sia radicale (con un margine di tessuto sano circostante) e vengano contestualmente asportati i linfonodi corrispondenti al drenaggio linfatico del tumore. La ricostruzione tra i segmenti intestinali a monte e a valle dell’asportazione (anastomosi) viene praticata con suturatrici meccaniche. Oggi le anastomosi vengono eseguite per via intra-corporea, cioè all’interno della cavità addominale con la strumentazione laparoscopica. Punto cruciale di questi interventi è garantire un’ottimale vascolarizzazione dei tratti intestinali da ricongiungere, al fine di minimizzare i rischi di insorgenza post-operatoria di problematiche sulla sutura. Benché ampiamente codificati, questi interventi devono essere eseguiti da chirurghi che abbiano completato un training specifico, al fine di garantire uno standard qualitativo di radicalità oncologica e massimizzare i vantaggi in termini di benessere del paziente.

Anche nella chirurgia dell’intestino tenue, molto meno frequente, la laparoscopia permette un’esplorazione completa della matassa intestinale e la realizzazione di resezioni intestinali e anastomosi intra-corporee.

Chirurgia laparoscopica dei difetti della parete addominale (laparoceli)

Il laparocele è un’ernia che si forma su una cicatrice dopo un intervento chirurgico addominale e rappresenta una delle possibili complicanze della chirurgia a “cielo aperto”, interessando circa il 10% delle incisioni. A distanza dall’intervento, per cause legate a infezioni della ferita, età, sforzi fisici o sovrappeso, la parete muscolo-fasciale che ricopre e sostiene l’addome può cedere creando un’ernia, cioè un sacco formato dal peritoneo (il foglietto che riveste gli organi interni e la parete addominale) che può contenere omento o visceri.

L’unica terapia a questa condizione è un nuovo intervento chirurgico al fine di riportare l’ernia all’interno dell’addome e riparare il difetto di parete. La procedura tradizionale utilizza la precedente cicatrice come via di accesso e comporta un intervento invasivo con ampio scollamento della fascia muscolare dal sottocute e dai muscoli ed il posizionamento di reti di rinforzo in materiale sintetico all’interno della parete. Questi interventi possono essere associati a dolore post-operatorio oltre che a complicanze quali ematomi (raccolte di sangue), sieromi (raccolte di siero) e infezioni.

L’alternativa mini invasiva che si è imposta negli ultimi anni è la riparazione laparoscopica del difetto di parete: si accede alla cavità addominale attraverso 3-4 piccole incisioni a distanza dalla cicatrice e, con tecnica laparoscopica, si isola l’ernia dai visceri che la occupano e si posiziona una rete, fissata con piccole ancorette, dall’interno della cavità a ricoprire il difetto. Questa tecnica evita gli ampi scollamenti della chirurgia aperta ed è associata ad una significativa riduzione del discomfort, del dolore post-operatorio e dei tassi di complicanze minori. Questa opzione è tuttavia praticabile solo in caso di laparoceli di piccole e medie dimensioni; per quelli più grandi è sempre necessario ricorrere alla chirurgia aperta.

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Milan Criteria in chirurgia mini invasiva laparoscopica

Chirurgia mininvasiva

Chirurgia mini invasiva

All’interno della Struttura di Chirurgia Oncologica epato-bilio-pancreatica (HPB), gastro-digiunale, di trapianto di fegato e di trattamento dei tumori neuroendocrini dell’Istituto Nazionale Tumori si è affermata da tempo una consistente esperienza mini invasiva laparoscopica che spazia dalla chirurgia epatica minore e maggiore a quella gastrica, pancreatica, intestinale fino ai difetti di parete (vedi in questo sito quanto detto a proposito dei tumori di questi organi e delle tecniche per curarli). Negli anni, grazie alla nostra ricerca ed allo sviluppo di nuove tecniche di trattamento, sono svariati gli ambiti in cui sono stati sviluppati approcci innovativi di tipo mini invasivo, al fine di dare risposte:

– sia nei confronti della qualità dell’asportazione dei tumori di questi distretti, che deve essere completa e radicale se si vogliono perseguire orizzonti di cura reale nei pazienti sottoposti ad intervento chirurgico;

– sia nei confronti dei pazienti e della loro qualità di vita, nonché del trauma correlato all’esperienza del ricovero per essere sottoposti ad un intervento. Le tecniche mini invasive, quando percorribili, si associano infatti ad una netta riduzione del trauma chirurgico ed al rischio di complicanze, con un evidente effetto sulla durata della degenza che è in genere più breve e meno problematica di quella della chirurgia tradizionale “open”.

E’ utile rimarcare che nel nostro Centro l’obiettivo prioritario degli interventi è ottenere la asportazione completa, cioè curativa, del tumore:

Se ciò è possibile con tecniche mini invasive, tale prospettiva è certamente sempre messa in atto;

Il ricorso a interventi chirurgici tradizionali (laparotomici) è tuttavia ancora necessario in numerose circostanze in cui solo per tale via si può perseguire l’obiettivo prioritario di rimuovere in modo completo ed il più possibile definitivo la neoplasia.

Più nel dettaglio dei singoli distretti si possono evidenziare i seguenti approcci specifici e innovativi del nostro Centro:

Approccio mini invasivo ai tumori dell’apparato digerente con uso del verde di indocianina

Come accennato in precedenza, la più temibile complicanza della chirurgia intestinale è la mancata cicatrizzazione delle suture con comparsa di un’apertura del viscere (fistola) che spesso richiede un re-intervento. Una delle cause principali della formazione della fistola è la cattiva perfusione dei tessuti legata a patologie del microcircolo, aterosclerosi, età, diabete. Nel corso degli interventi sull’intestino è quindi fondamentale assicurarsi che i segmenti che si vanno a ricongiungere siano ottimamente vascolarizzati.

Il verde di indocianina è un colorante vitale la cui fluorescenza è rilevabile nello spettro del vicino infrarosso grazie a particolari rilevatori oggi integrati in telecamere dedicate. Se iniettato in circolo attraverso una vena periferica il verde di indocianina rende possibile la visualizzazione intraoperatoria dettagliata e “in diretta” del circolo di un particolare segmento, ad esempio di un’ansa intestinale. Tale tecnologia, che ben si adatta alla chirurgia laparoscopica, viene ampiamente utilizzata nella nostra Unità al fine di verificare il trofismo delle estremità intestinali prima di eseguire una sutura, per minimizzare le complicanze in questa delicata fase dell’intervento.

Esempio di visualizzazione (in verde, immagine al centro) della corretta perfusione ematica di una ricostruzione intestinale, dopo asportazione di un tratto di intestino per tumore

Approccio mini invasivo alla rimozione dei linfonodi di pertinenza delle aree di origine delle neoplasie oggetto dell’intervento (linfadenectomie)

L’asportazione radicale del bacino linfonodale che drena un particolare distretto anatomico interessato dal tumore è una procedura fondamentale in quasi tutte le asportazioni di tumori dell’apparato digerente. L’estensione della linfadenectomia non è tuttavia sempre standardizzata, ed in alcuni casi il dibattito è ancora aperto per definire il giusto equilibrio tra radicalità oncologica ed invasività chirurgica, possibile fonte di complicanze. L’approccio innovativo per migliorare la qualità di questo fondamentale aspetto tecnico è stata l’introduzione della fluorescenza anche in questo ambito: attraverso l’iniezione di verde di indocianina nel sito del tumore, che viene poi veicolato dai collettori linfatici nei linfonodi regionali, è possibile ottenere una dettagliata mappatura “in vivo” del drenaggio linfatico della neoplasia che può essere visualizzata dal chirurgo nel corso dell’intervento mediante l’apposita telecamera.

Presso la nostra Unità sono in corso studi per valutare l’impatto della visualizzazione in fluorescenza sulla qualità della linfadenectomia nei pazienti affetti da tumore dello stomaco candidati ad intervento chirurgico.

In modo simile, nei pazienti affetti da colangiocarcinoma o da tumori del pancreas candidati ad intervento chirurgico radicale, sono in corso degli studi per valutare l’affidabilità della metodica nel discriminare la presenza di linfonodi regionali metastatici. 

Esempio di piccoli linfonodi (evidenziati in verde) vicino alla sede di un tumore dello stomaco. I linfonodi così resi più visibili possono essere rimossi con maggiore precisione e completezza, assieme al tumore di partenza.

Approccio mini invasivo alla stadiazione di malattia nel periodo pre-trapianto di fegato

La laparoscopia ha da sempre un ruolo privilegiato nell’esplorazione della cavità addominale a scopo diagnostico, per identificare piccoli depositi di tumore sul peritoneo: una condizione difficilmente identificabile con le metodiche radiologiche convenzionali, quali TAC e/o RMN. Nei pazienti candidati a trapianto di fegato, soprattutto in caso di indicazioni quali il colangiocarcinoma, le metastasi di tumori colo-rettali o neuroendocrini è fondamentale escludere che ci sia una diffusione del tumore al peritoneo o ai linfonodi. La laparoscopia esplorativa consente, attraverso piccole incisioni, di escludere una diffusione della malattia tale da controindicare la procedura di trapianto sia prima dell’avvio dei complessi programmi terapeutici propedeutici alla candidatura a trapianto che, in caso di dubbi, prima della procedura trapiantologica stessa. Con questa metodica sono inoltre possibili prelievi di linfonodi la cui natura rimane dubbia a dispetto di tutti gli accertamenti pre-operatori radiologici o endoscopici. Grazie alla mini invasività la laparoscopia offre un valido strumento a minimo impatto sul paziente ma di fondamentale importanza per scelte terapeutiche cruciali quali quelle sui pazienti candidati al trapianto di fegato o in genere a chirurgie maggiori.

Approccio multidisciplinare all’impiego delle tecniche mini invasive. Il Gruppo di rivalutazione tecnica e validazione delle indicazioni per chirurgia aperta o mini invasiva

All’interno della nostra Unità di lavoro le indicazioni chirurgiche vengono sottoposte a costante revisione da parte di un gruppo di professionisti composto da chirurghi che hanno sviluppato competenze tecniche avanzate in chirurgia mini invasiva per definire, caso per caso, quali interventi possano essere approcciati in laparoscopia e quali invece richiedano un diverso approccio, in relazione al quadro clinico nel suo complesso, cioè : alla sede tumorale, ai rapporti anatomici con strutture nobili, alle condizioni di età e di rischio per il paziente, alle sue aspettative ed alla indicazione a terapie post-chirurgiche di tipo farmacologico o radioterapico. Tale gruppo interagisce e coadiuva i gruppi multidisciplinari dedicati alle varie patologie per definire le strategie tecniche di trattamento dei singoli pazienti, soprattutto nei casi complessi in cui siano necessari interventi su più distretti. Il gruppo è inoltre attivo nel promuovere le innovazioni tecniche e mini invasive all’interno degli interventi codificati, per l’aggiornamento tecnologico della strumentazione e per la formazione laparoscopica dei nuovi chirurghi (anche attraverso avanzati strumenti di simulazione e training virtuali).

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